Visita dei diaconi di Padova e Chioggia

L’esperienza in una delle missioni diocesane per una ventina di giorni è una tappa consolidata nell’itinerario formativo dei seminaristi di Padova. Quest’anno il gruppo di sesto anno, già diaconi, sono venuti a vivere un’esperienza nella nostra missione.

A loro si è unito anche un diacono di Chioggia e, visto che la nostra missione si caratterizza per essere interdiocesana (coinvolge tutte le 15 diocesi del nord-est o Triveneto), è stato un segno importante che ci fa respirare un’aria di comunione ecclesiale che supera sempre più i confini delle nostre diocesi. In vista anche del secondo convegno delle chiese del nordest (Aquileia 2), da parte nostra ci sentiamo di incoraggiare sempre più esperienze di questo genere che coinvolgano i seminaristi delle nostre diocesi e, perchè no, anche presbiteri. E’ segno del respiro ampio di chiese diocesane che non possono chiudersi in un clima autoreferenziale rischiando l’asfissia.

L’esperienza che i diaconi hanno fatto penso sia stata significativa anche in questo senso. Oltre aver visto una realtà di missione in un clima di pluralismo religioso e culturale, hanno anche percepito un pluralismo ecclesiale che si manifesta nella collaborazione tra presbiteri di più diocesi e tra i centri missionari del nord-est.

L’incontro con la chiesa locale è poi sempre occasione di arricchimento e aiuta anche a capire come si possa essere cristiani dentro un contesto di minoranza. Un “piccolo gregge” che non si impone, spesso senza nessuna evidenza, ma con grande desiderio di coltivare la propria fede in semplicità.

Siamo davvero grati ai questi giovani, che fra un po’ saranno confratelli nel sacerdozio, per l’entusiasmo e la disponibità con cui hanno accolto le proposte che abbiamo loro fatto e lo spirito con cui si sono inseriti in mezzo alla gente semplice dei nostri villaggi. Sicuramente hanno portato a casa con loro volti e situazioni che li aiuteranno ad avere uno sguardo più ampio sulla realtà della Chiesa e del mondo.

Grazie ancora di cuore e vi facciamo i nostri più sentiti auguri perchè il Signore porti a compimento l’opera che ha iniziato in voi. Auguri di cuore e buon cammino!

don Raffaele Sandonà

 

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Natale a Lamphun

E’ solo con un sentimento di gratitudine del cuore al Signore per cio’ che va’ operando nelle persone ogni giorno che mi accingo a scrivere queste brevi righe sul Natale a Lamphun.

Dopo la preparazione dell’Avvento e la Novena di Natale, la sera del 24 dicembre si sono svolti per il secondo anno i riti celebrativi del Natale. La festa e’ iniziata alle 18,00 del pomeriggio con la lotteria e la cena, con la presenza di circa 250 persone, e mentre scorrevano sullo schermo le immagini di un film sulla nascita di Gesu’, sia all’interno degli spazi della Chiesa, che sul portone, parecchie persone, si sono fermate a guardare e ascoltare… E’ stato bello, in questo ambiente completamente Buddhista vedere le persone di un’altra fede che tentavano di capire cosa volesse dire Natale. Piu’ di qualcuna ha voluto entrare in Chiesa per vedere una Chiesa Cattolica e chiederne le spiegazioni.
Qualche altro ha confidato con semplicita’, di aver avuto un po’ di timore ad entrare perche’ non sapeva come comportarsi o cosa avrebbe trovato all’interno… La gioia dei bambini e’ stata una festa…
Alle 22,00 la Celebrazione Eucaristica con una presenza di 120 persone, una presenza internazionale, alla nostra comunita’ che oggi conta un’ottantina di fedeli, compreso un folto gruppo di Birmani che lavorano a Lamphun, si sono aggiunte persone provenienti da altre diocesi della Thailandia e che hanno trovato per la prima volta una Chiesa Cattolica a Lamphun.
Tutto questo e’ stato possibile grazie ad una comunita’ che anche se piccola, inizia a formare una famiglia e con coraggio e impegno ha creduto di potercela fare a celebrare degnamente il Natale del Signore come festa della “Famiglia di Dio”.
Il giorno di Natale, eravamo tutti nuovamente presenti per celebrare l’Eucaristia.
Nel pomeriggio ci siamo spostati in un villaggio di etnia Kariana e dove il piccolo gruppo di cristiani, una trentina, con l’aiuto dei catechisti ha organizzato veramente bene la festa e la celebrazione… e tutto il villaggio, circa 200 persone, vi ha partecipato

Sabato 31 in occasione della ‘Festa della Sacra Famiglia” abbiamo celebrato la festa della Famiglia e pranzato insieme ringraziando il Signore di cio’ che sta operando dentro questa realta’ e pregando intensamente, chiedendo a quel “Bambino” di renderci capaci di fare la volonta’ del Padre come hanno fatto Giuseppe e Maria e costruire insieme questa comunita’ di Lamphun… visto che abbiamo appena compiuto un anno, ci sentiamo come bambini che hanno bisogno di imparare da Lui e che solo con Lui potremo crescere…

Permettetemi una riflessione…

Alcune volte i fedeli, chiedono sia a me che a don Pietro, cosa pensiamo di questa nostra missione, credendo magari che ci sentiamo soli, magari scoraggiati dall’alternanza di presenze alle celebrazioni domenicali, ma la nostra risposta talvolta li sorprende, li spiazza, perche’ il nostro essere a Lamphun, prima di tutto per noi e’ “Grazia”, e’ essere partecipi del “Sacramento della presenza”, una presenza silenziosa, fatta di amore e accoglienza verso le persone, affinche’ attraverso noi possano incontrare il Suo Volto.

Forse, pretendiamo troppo, ma e’ quello in cui crediamo e che ci da forza, coraggio ed entusiasmo a camminare, perche’ se Lui ci ha chiamato ad essere qui, anche con i nostri limiti umani, Egli una ragione, un motivo ce l’ha e quindi oltre che crederci, ci fidiamo di Lui.

Buon Natale, che quel Bambino di cui abbiamo appena celebrato il Compleanno nasca in noi non solo a Natale, ma ogni giorno della nostra vita…

Buon Natale e Felice Anno 2012…

Don Giuseppe e don Pietro
Parrochhia S. Francesco d’Assisi – Lamphun

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Natale a Chaehom

Un Natale che rinnova la gioia di sentirsi accompagnati dalla presenza concreta di un Dio che è il “Dio con noi”. La luce che splende nelle tenebre ha trovato accoglienza nelle tante comunità dei villaggi che costituiscono la grande parrocchia “Regina della Pace” di Chae Hom. Fin dalla sera della vigilia la celabrazione del Natale è iniziata con un piccolo momento di preghiera in tutti i villaggi. Un semplice rito di adorazione del bambino, posto nel presepio che ogni comunità ha preparato da tempo, e l’innalzamento della stella illuminata in prossimità delle chiese. Un segno che indica una presenza in un contesto di minoranza. La stella è un modo per dare visibilità alle nostre comunità, davanti a tanti che sentono parlare di Natale, ma che non hanno un punto di riferimento per capirne il significato.

Quella stessa stella, il giorno di Natale, è stata portata in processione da ogni villaggio. Un corteo di macchine (pick-up) con sopra i cattolici dei villaggi. Uno sciame di stelle che si è snodato sulla strada che porta al Centro di Chae Hom. Stelle che hanno raccolto la gioia di coloro che orgogliosamente le hanno preparate e portate. Stelle che diventano segno di accoglienza di un annuncio: Dio si è fatto uno di noi, perchè noi potessimo scoprirci carichi della dignità di figli. Stelle cariche di tanti fatti di vita, di gioie e di sofferenze, di paure e di speranze. Gente semplice, ma che vuole davvero dare visibilità alla propria fede con quello che è e che possiede.

La festa è culminata con la celebrazione eucaristica, davanti alla casa. Una partecipazione di più di mille persone che hanno seguito con gioia la Messa di Natale e che ha posto davanti a quel bambino tutto quello che avevano. Come i pastori e come i Magi, molte famiglie sono venute ad adorare un segno: il bambino che racchiude il mistero dell’infinito. L’adorazione si è espressa con la bellezza e la grazia della danza, ma anche con l’offerta di doni. Segno della vita che si impasta con il lievito della fede per poi prendere visibilità in quel pane, frutto della terra e del lavoro umano, che per grazia diventa il corpo stesso di Cristo che ci nutre e ci rinnova nella speranza.

E’ stato davvero una bella giornata di gioia che si è espressa in celebrazioni, danze, condivisione di cibi locali, in un clima di festa “paesana” dove nel nome di Gesù si incontrano tribù e tradizioni diverse che imparano a sentirsi unica famiglia di figli di Dio.

 

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Auguri di Buon Natale 2011

“Il Natale riguarda la venuta di Santa Claus (Babbo Natale) vero?”. Questa domanda mi è stata posta da una ragazza thailandese qualche giorno fa e mi ha dato lo spunto ad una riflessione. Che idea può farsi uno del Natale davanti alle mille luminarie di una metropoli del sud-est asiatico, in pieno ambiente buddista? Alberi illuminati, slitte dai mille colori tratteggiate da luci di lampadine, figure di questo vecchietto grasso vestito di rosso con un carico di regali, i negozi pieni di fiocchi rivestiti a festa con scritte “Merry Christmas and Happy New Year” (Buon Natale e Felice Anno Nuovo)…. tutto questo collocato davanti a centri commerciali carichi di merce da piazzare con ogni strategia di mercato. Un paese che accoglie una cultura consumistica occidentale, ma che non si fa domande rispetto alle tradizioni cristiane. In una Bangkok sempre più “occidentalizzata” la gente compra e dona regali, con la differenza che è quasi impossibile trovare una capanna con Gesù bambino e le cartoline di auguri portano più facilmente le immagini di alberi lucenti o anche del Re, piuttosto che l’iconografia sacra che rimanda alle radici vere della festa. Ecco allora che la domanda su cos’è il Natale passa in secondo piano.

E’ come una bellissima scatola priva del contenuto. Del resto noi cosa ne abbiamo fatto di queste domande e cosa esportiamo realmente delle nostre tradizioni? Siamo ancora convinti di quello che celebriamo in Italia o stiamo perdendo le nostre radici in nome di un multiculturalismo che nasconde più un vuoto spirituale piuttosto che il reale rispetto della diversità? Girando per le strade di Bangkok mi rendo conto che noi cristiani abbiamo spesso trascurato troppo la nostra formazioni e la nostra testimonianza, lasciando che la nuova religione del denaro si appropri di ciò che era più intimo alla nostra fede! Spesso sogniamo con nostalgia un passato cristiano, ricco di fede popolare, che a fatica riusciamo ancora a riprodurre nelle nostre comunità e nei nostri paesi. Dove abbiamo posto il vero senso della nostra vita? Su quali fondamenta abbiamo costruito?

Il figlio dell’uomo quando verrà troverà ancora la fede sulla terra?” (Lc 18,8) Una domanda di Gesù che ci trafigge il cuore e che dovrebbe scuoterci al rinnovamento della vita e a una professione di fede coraggiosa dentro i nostri ambienti di ogni giorno e nella società. Forse abbiamo bisogno di una scossa rivoluzionaria e dobbiamo davvero svegliarci dal sonno come ci ricorda il tempo di avvento.

Un altro discorso è il natale fuori dalla grande città e andando tra il piccolo gregge di cristiani thailandesi. Nei villaggi della nostra missione si recupera il vero senso di ciò che festeggiamo e, nel contesto di essenzialità e di povertà della nostra gente, il messaggio che Dio si fa povero in mezzo agli uomini ha ancora un senso. Coloro che nei villaggi credono in Gesù Cristo, non sanno ancora cosa sia lo sfolgorio di luci della grande metropoli e trovano invece la rappresentazioni di un Gesù bambino, custodito premurosamente da Maria e Giuseppe, dentro la cappella di legno del loro villaggio. Il messaggio arriva chiaro, il “Dio con noi” ha le sembianza dei propri figli che nascono in situazioni di disagio e semplicità. Egli è colui che si fa uno di noi perché noi potessimo scoprire la grandezza della nostra dignità, data dal fatto di essere amati di tale Amore. Non si sente il bisogno di tante luci o tanti doni perchè i “semplici” avvertono che il dono più grande è nella vita che si rinnova in quel bambino e che Dio è davvero vicino. Gesù non è nato nel palazzo reale, ma è davvero uno di noi. Un fatto straordinario e drammatico che riporta alla realtà, lasciando in parte quel sogno immaginario del Natale dei regali e che ridà vita al “sogno” reale che siamo figli di uno steso Padre, chiamati a costruire la famiglia dei suoi figli, vivendo nella bontà di cuore e operando pace e giustizia. Stando con i poveri di spirito, con i semplici, suonano chiare le parole che il Vangelo rivolge a noi ricchi: “In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” (Mt 19,23). E’ davvero difficile recuperare il vero senso della celebrazione del Natale in mezzo a tante distrazioni. Forse abbiamo perso il contenuto vero del regalo che riceviamo a Natale perché lo abbiamo abbellito troppo di un contorno ammaliante.

Pensando alla nostra Italia della crisi, dove le sicurezze economiche iniziano a mancare, mi chiedo se non sia tempo opportuno per riscoprire i valori che contano davvero e di fondare la nostra casa sulla roccia di Cristo Gesù. Certo non è facile accettare la situazione quando le sicurezze ci mancano, ma è tempo propizio per chiederci cosa vale veramente e su che cosa possiamo poggiare la nostra vita. Allora il Natale di quest’anno forse potrò avere un qualcosa davvero di nuovo da dirci e la speranza può rinascere nei nostri cuori!

Facciamoci compagni dei semplici e degli umili del mondo! Mettiamoci accanto a quei pastori che, vegliando il loro gregge, ricevono dall’angelo l’annuncio di speranza: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia!” (Lc 2,10-12). Forse ci accorgeremo che non siamo più così soli con i nostri problemi e troveremo ancora la forza per portare in dono al nostro re, non regali inutili, ma la nostra vita e le nostre capacità. Accodiamoci, con umiltà, al mondo dei piccoli e ci scopriremo essere in tanti, con una grande forza per trasformare il mondo.

Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere!” (Lc 2,15). E’ un invito che siamo chiamati a far risuonare ancora nei nostri cuori. E se abbiamo la fortuna di essere tra coloro che ce la fanno nonostante la crisi economica, se siamo parte dei “ricchi” del mondo, non esitiamo a metterci in coda con i poveri e, insieme ai Magi, fermiamoci a contemplare il “principe della pace” che abbatte ogni barriera e ci invita a donare con il cuore. Riscopriamo la vera ricchezza di spirito che si esprime nella vita semplice e nella fede. Solo così accanto a noi non troveremo più altre persone anonime, ma veri fratelli. Avremo occhi per accorgerci del bene che riceviamo ogni giorno e che possiamo fare. La speranza fiorirà nei luoghi più disperati e davvero il Signore Dio farà fiorire il deserto. La nostra speranza risplenderà più di ogni luminaria e sarà luce per i popoli. Apriamo quindi il cuore alla venuta di Gesù, sapendo che il bene che ha portato non è un sogno, ma una realtà che è arrivata da duemila anni fino a noi e che si esprime ancora oggi in molti uomini e donne di buona volontà. Che questo Natale sia davvero rivestito di luce nuova.

La nostra fede è un tesoro prezioso che ci è stato affidato e di cui siamo responsabili! Il Signore ci doni di aprire questo immenso regalo che ci è stato tramandato e ci dia la forza di moltiplicarne il valore testimoniandolo ogni giorno.

Se ognuno di noi riscoprisse il valore del credere, forse allora il nostro occidente esporterebbe molto di più che merci e tradizioni rese serve dei consumi. Forse qualcuno  anche qui in Asia mi chiederebbe: “Il Natale ricorda la nascita di Gesù, vero?”.

Buon Natale a tutti e che la Luce del Signore Gesù risplenda nei vostri cuori come luce di fede, speranza e amore!

Un abbraccio di cuore nella fede!

don Raffaele Sandonà

 

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Alluvione in Thailandia: l’onda lenta che sta piegando il paese

Da ormai quasi due mesi la Thailandia sta fronteggiando una della più gravi alluvioni degli ultimi cinquant’anni. Dopo una stagione delle piogge iniziata prematuramente tra la fine marzo e l’inizio di aprile, il paese si trova ora a gestire una quantità d’acqua che ha già causato danni enormi alla popolazione del centro paese e anche della capitale. Spostandomi in aereo da Chiang Mai (nord del paese) a Bangkok, ho potuto constatare con i miei occhi la massa enorme di acqua che ha sommerso interi distretti. Dove c’era la terra si può ora vedere una immensa palude. L’antica capitale, Ayutthaya, dall’inizio di ottobre si trova sommersa dall’acqua che in certi punti raggiunge e supera i due metri.

I numeri parlano da soli: più di 700.000 mila persone che sono senza lavoro, a causa anche dell’allagamento di diversi distretti industriali; quasi 600 morti dall’inizio dell’alluvione; più di 3 milioni di persone che hanno dovuto lasciare la casa per rifugiarsi in zone più sicure. Un evento che certamente sarà ricordato nella storia di questo paese e di cui ancora è difficile misurarne le conseguenze sociali ed economiche. Oltre al danno per le fabbriche anche le conseguenze per l’agricoltura sono notevoli.

Difficile capire i motivi che hanno portato a questa situazione. Qualcuno scarica tutta la responsabilità alle abbondanti (più del solito) piogge; altri avanzano una critica alla cattiva gestione delle acque; altri si appellano alle responsabilità politiche del governo in carica. Probabilmente nessuna di queste spiegazioni è esauriente da sé, ma tutte hanno una loro fondatezza. Sicuramente quando succedono disastri come questo non possiamo esentarci da chiederci quale legame abbiamo con il territorio in cui viviamo e se le politiche di sviluppo non vadano riviste in un rapporto più rispettoso e armonioso con l’ambiente. Probabilmente lo sfruttamento delle risorse naturali che sta alla base dei nostri modelli di sviluppo non è così adeguato al reale progresso dell’umanità e non è sostenibile. Fenomeni così drammatici ci mettono davanti all’urgenza di dare delle risposte serie e di rivedere il mito di una crescita a dismisura.

Al di là di queste riflessioni poi, sta il fatto che la popolazione ha subito un forte colpo, sia economico che morale. Molti hanno perso tutto quello che avevano costruito nel faticoso lavoro quotidiano di una vita. C’è gente che, al limite della disperazione, pensa anche al suicidio, non vedendo la possibilità di una ripresa personale.

D’altro canto tutto questo fa emergere anche la grande pazienza di un popolo, capace di sopportare le difficoltà con uno spirito di solidarietà. Molti si stanno muovendo per assicurare aiuti sia materiali che psicologici a coloro che sono stati colpiti da questo disastro. Privati cittadini, associazioni, aziende, governi di altri paesi si stanno muovendo per assicurare sostegno alle vittime dell’alluvione e al governo thailandese che già sta pensando alla ricostruzione e ad un piano preventivo per evitare altri disastri simili. E’ una solidarietà concreta, che forse nasce anche nel forte senso patriottico del paese e sull’orgoglio di essere “thai”, ma che esprime anche un vera “compassione”, presente nello spirito della gente comune.

Davanti a ciò a noi resta la responsabilità di non chiudere il cuore nei “problemi di casa nostra”, ma di avere, pur nel difficile momento che anche l’Italia sta vivendo, quello sguardo “cattolico” (cioè universale) che dovrebbe caratterizzare le nostre comunità parrocchiali e la nostra cultura che affonda le sue radici nel cristianesimo.

 

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Festa a Lamphun

Domenica 9 ottobre si è svolta, per la prima volta, la festa patronale della nuova parrocchia di San Francesco di Assisi a Lamphun. La festa preparata insieme ai pochi fedeli di questa nuova comunità parrocchiale, ha avuto la partecipazione di molti amici e sostenitori da Chiang Mai e altre zone vicine. Anche una buona rappresentanza da Chae Hom ha voluto essere presente per far sentire la vicinanza tra le due realtà in cui siamo impegnati come missionari fidei donum del Triveneto.
Il vescovo di Chiang Mai, mons. Francesco Saverio Virà, ha presieduto l’ecucaristia e ha benedetto la nuova statua di S. Francesco d’Assisi a cui è dedicata la chiesa.

In questa occasione una ragazza birmana (figlia di immigrati) ha ricevuto la prima comunione, dando testimonianza di una comunità che vive e si alimenta della presenza del Signore Gesù, pur nell’esiguità del numero. Qui la Parola del Vangelo si fa realtà e risuona più forte che mai: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro”. Non conta il numero perchè Gesù sia concretamente vivo anche dentro questa realtà di “piccolo gregge” e perchè la testimonianza del Vangelo possa risplendere in mezzo ad una popolazione radicata nelle proprie tradizioni e nella religione buddista.

Il sostegno logistico del comune e la presenza del sindaco della città a tutta la celebrazione è stato segno di una comunità che vuole essere in dialogo con il territorio e parte di esso.

Una piccola e semplice festa che ha dato occasione alla comunità di sentirsi sostenuta e confortata nella fede sia dal vescovo e sia dai fratelli che vi hanno partecipato. Affidiamo davvero tutto alla benedizione del Signore perchè sull’esempio di Francesco, che ha iniziato la sua opera con un piccolissimo gruppo di frati, anche la comunità di Lamphun possa crescere e soprattutto possa essere fedele testimone di un Vangelo vissuto nella quotidianità.

Per vedere il video clicca qui

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Intervista-testimonianza a Supattra Jairew

Abbiamo incontrato Supattra Jairew una ragazza di 22 anni della parrocchia di Cheahom che sta studiando catechetica presso la Facoltà Teologica a Bangkok. La sua famiglia è l’unica famiglia cattolica del suo villaggio, vivendo quindi tutta la fatica di professare la fede cristiana dentro un contesto buddista.

La nostra parrocchia la sta sostenendo negli studi in modo da contribuire ad avere una persona formata a servizio della catechesi diocesana e parrocchiale.

 

 

Come ci si sente essere cristiani dentro un contesto buddista?

Quando ero bambina mi vergognavo di mostrare che ero cattolica perchè i miei amici erano tutti buddisti. Poi quando sono venuta a vivere nel Centro di Chaehom ho capito molto di più l’insegnamento di Gesù e ho avuto occasione di frequentare le catechesi alla domenica. Da allora non ho più avuto problemi nel mostrare che ero cattolica. Ora, che sto studiando catechetica, sento che non solo devo dire agli altri che sono cattolica, ma devo dimostrare attraverso le parole e gli atteggiamenti che sono figlia di Dio. Ora vorrei essere una buona discepola di Gesù, stando vicino a lui, per poi aiutare nella trasmissione del suo Vangelo.

 

Ciò che stai studiando, ti sta aiutando a crescere anche nella fede e nella conoscenza di te?

Certo, perchè sto studiando diverse materie che mi fanno crescere nella conoscenza della Parola di Dio e di Gesù.  Ora inizio a capire di più la Bibbia, la storia, ciò che Dio vuole trasmettere agli uomini. Una volta leggevo la Bibbia come una serie di storie, ora invece ne capisco di più l’origine e il significato.

 

Quale pensi sia la differenza tra i cattolici e gli altri?

Penso che chi crede davvero in Gesù si distingue da coloro che credono in altre religioni perchè è capace di amare gli altri e perdonare, accogliendo tutti, anche quelli che non conosce direttamente. Abitualmente i thailandesi sono conosciuti per il particolare senso di ospitalità nei confronti degli altri, ma coloro che sono cattolici sono chiamati ad amare e a perdonare in modo più ampio.

 

Come pensi sarà il cattolicesimo in Thailandia nel futuro?

Il problema più grosso che vedo è che la Thailandia si sta sviluppando molto, c’è molta più tecnologia, ci sono molte cose materiali che fan sì che il senso religioso diminuisca. Se noi non saremo forti nella fede, non ci sarà più nessuno che verrà in chiesa alla domenica. Per questo una cosa importante è che noi dobbiamo essere fedeli, preti, suore, laici, catechisti essere forti e saldi nella fede per aiutare i fratelli ad essere saldi e combattere con il mondo attuale che ci porta a preferire le cose e i soldi rispetto alla fede. Dobbiamo essere testimoni di fede per gli altri.

 

Cosa ti ricordi di bello della tua esperienza nel Centro di Chaehom?

A Chaehom tutto è davvero bello! Ma la cosa che mi manca di più quando penso al Centro  di Chaehom è l’amore che abbiamo ricevuto dai sacerdoti che sono venuti da distante a lavorare qui.  Si sono presi cura di noi, e non solo dei cattolici, ma di tutti. Poi non solo si sono presi cura di noi ragazzi, ma anche della nostre famiglie, dei villaggi, indicandoci una strada buona da seguire nella vita.

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Quando ero bambina volevo essere una insegnante, un dottore o un giornalista, ma quando don Bruno mi ha proposto di andare a studiare catechetica, subito mi sono sentita confusa, però poi ho capito che in fondo l’insegnante è colui che insegna, il dottore è colui che si prende cura degli altri. In fondo diventare catechista è un po’ come diventare dottore, dottore che si prende cura dell’anima degli altri, è un diventare insegnante, che trasmette l’insegnamento di Gesù. Per questo il mio desiderio del futuro è aiutare gli altri a conoscere di più Dio, a conoscere cosa significa vivere da cristiani.

Poi avrei il sogno di andare aiutare la gente povere in Africa, magari dopo aver approfondito gli studi a Roma… ma questo è un mio sogno, non so se sarà possibile.

 

Un ultima domanda. Cosa vorresti dire ai cattolici in Italia?

Un tempo pensavo che gli italiani e gli europei fossero persone che hanno una grande fede, fossero come dei santi, ma poi ho scoperto che, come in Thailandia, pur avendo una grande tradizione religiosa, non sono molto interessati alla religione. Una cosa che mi sentirei di dire è di condurre una vita saldi nella fede e condurre una vita alla sequela di Gesù, sempre e in ogni situazione. La cosa importante non è professarsi cristiani, ma essere testimoni di Gesù con la vita e le azioni.

 

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TV2000 e Radio Vaticana

Clara Iatosti e Luca Collodi, rispettivamente giornalisti di TV2000 e Radio Vaticana, hanno voluto incontrare la realtà della nostra missione. Conosciuti per una coincidenza, tramite un amico, è stato per noi una gioia poter condividere con loro del tempo, lasciando spazio alle loro domande e curiosità circa la vita semplice delle nostre comunità cristiane. Da questo incontro nasceranno alcuni servizi sia televisivi che radiofonici. Un primo servizio è già andato in onda lunedì 19 settembre alle ore 18.30 per TV2000, chi volesse può trovarne traccia nel sito di TV2000 cliccando qui.

Ringraziamo di cuore Clara e Luca per il loro lavoro e il servizio che stanno facendo alla Chiesa e al Vangelo. In fondo la missione fidei donum ha senso anche nella misura in cui riusciamo a donare qualcosa “in ritorno” alla chiesa che ci ha inviati. Grazie a tutti coloro che ci seguono con amicizia.

don Raffaele Sandonà

 

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Una breve presentazione

Thailandia

L’impegno missionario in Thailandia è nato nel 2000 e si caratterizza per un aspetto peculiare: è stato affidato alle chiese del Triveneto. Oggi vi operano infatti sacerdoti fidei donum provenienti dalle diocesi di Vicenza, Padova, Verona e Belluno. L’iniziativa si ispira ad un’idea di missionarietà condivisa e si propone di instaurare, tramite la presenza dei fidei donum, relazioni di scambio, fraternità e comunione, in un clima di stima reciproca. Una sfida notevole in un paese di tradizione buddista (i cattolici costituiscono lo 0,5 per cento della popolazione) e, in particolare, in una diocesi dove il cristianesimo è arrivato circa settant’anni fa.

Attualmente, come  diocesi di Padova, cooperiamo con la diocesi di Chiang Mai, a nord della Thailandia.

A nostro fianco ci sono due comunità di religiose, le Missionarie di Maria (Saveriane) e le Suore della Carità di Santa Maria Antida Thouret, attualmente operanti nel territorio della parrocchia di Chae Hom.

Nel territorio della missione sono presenti numerosi gruppi etnici e culturali diversi, ciascuno con una sua lingua e con tradizioni religiose proprie, chiamati anche “tribù dei monti”. In realtà, sono gruppi di profughi fuggiti dai Paesi confinanti (Cina, Birmania, Laos e Cambogia) a causa di guerre o di gravi situazioni politiche, che si sono insediati nella zona montuosa del nord della Thailandia. Privi di documenti di identità, non possono godere dei diritti civili, sanitari e di movimento e, pertanto, sono collocati ai margini sia geografici che sociali del paese. L’attività di evangelizzazione e promozione umana condotta dai missionari a Chiang Mai raggiunge i loro villaggi sparsi sul territorio.

Nei villaggi in cui operiamo, ci sono poi le etnie lannathai o thai del nord, braccianti agricoli o piccoli proprietari di risaie, il cui lavoro quasi unico è la coltivazione manuale del riso.

Gli interventi dei missionari sul territorio sono possibili grazie all’indispensabile supporto di catechisti e animatori dei villaggi che conoscono la lingua, le tradizioni, i tabù e le regole sociali di ogni gruppo etnico.

Un particolare sforzo è rivolto a promuovere l’istruzione di bambini e ragazzi e a favorire l’alimentazione, la salute, l’igiene e la conservazione di costumi e tradizioni, soprattutto nei villaggi “dei monti”. Inoltre, a Chae Hom (missione “Maria Regina della Pace”) è stato aperto un Centro Educativo per ragazzi e ragazze cristiani, provenienti dai villaggi più in difficoltà, che frequentano la scuola statale della città e ritornano a casa durante le vacanze. È un punto di riferimento importantissimo per tutti i cristiani della zona, luogo dove si celebrano le Solennità, ci si incontra e si svolgono percorsi di formazione per i catechisti.

Oggi, in Thailandia, lo Spirito si manifesta nella fede semplice di una giovane chiesa e, a piccoli passi, anima e sostiene l’impegno missionario dei nostri fidei donum.

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